Ilaria C.
5/5
Il sito si trova a circa 2 km dal paese di Oschiri, all’interno di una vasta area che comprende una necropoli ipogeica (circa 8 domus de janas) risalente al Neolitico Recente (Cultura di Ozieri), i resti di un nuraghe, un dolmen ricavato direttamente dalla roccia affiorante e una piccola chiesa campestre. Il sito era noto alla Soprintendenza Archeologica di Sassari già negli anni 60’ ma non fu mai sottoposto ad indagine di scavo accurata. Il cosiddetto “altare” (nomea dovuta alla posizione frontale rispetto alla chiesa), è caratterizzato da un grande affioramento roccioso lungo circa 10 mt con varie nicchie di diverse forme geometriche scolpite su due file: 12 nicchie nella parte inferiore 9 in quella superiore. Sulla destra dell’altare, spiccano 12 coppelle scavate nella roccia disposte a cerchio come a formare una meridiana, una cavità più grande al centro e una tredicesima coppella all’esterno rivolta a nord. Poco più su, dietro la meridiana, un rettangolo scavato nella roccia coronato da 9 coppelle nel lato più corto di circa 5/10 cm di diametro. Si suppone che fosse un’area destinata alla deposizione dei defunti in attesa di scarnificazione naturale da parte degli animali selvatici. Alla sinistra dell’altare, una roccia riporta 2 nicchie triangolari e un bancone che potrebbe essere stato adibito alla deposizione di offerte votive o utilizzato per il rito dell’incubazione (dormire presso i sepolcri per ottenere visioni, guarigioni o risposte divine. Il sonno veniva provocato dall’uso di piante sedative, funghi dalle proprietà psicotrope o metodi di trance, probabilmente somministrati o guidati da figure rituali sciamaniche, come sacerdoti e sacerdotesse.) Ancora dietro, una roccia con 3 incavi scolpiti di forma quadrata. All’estremità sinistra del sito, una roccia con scolpite 14 coppelle in linea. Alcune delle cavità geometriche dell’altare sono sormontate da una croce greca (spesso sovrapposte a simboli pagani per annullarne il significato originario. Questo intervento non mirava a distruggere le testimonianze del passato, bensì a “purificare” simbolicamente lo spazio e renderlo adatto alla nuova spiritualità cristiana). Non è ancora chiaro quale fosse l'effettiva funzione dell'altare, poiché mancano studi archeologici approfonditi e sistematici sull’area. La chiesa campestre invece risale al 1492 (in epoca tardo-medievale sotto l’influenza della Corona di Aragona) e venne consacrata nel 1504 dal vescovo Attone di Castro. Si distingue per il suo stile semplice e rurale, con una struttura a navata unica e copertura lignea. La facciata, presenta due ingressi ornati da protomi umane scolpite nella trachite locale. Sopra la porta meridionale, un’incisione in lingua sarda logudorese su blocco granitico, ricorda la figura di Lorettu (forse promotore dell’opera o funzionario nominato dalla Curia per amministrare i proventi della Chiesa) datata 6 maggio 1492. Al suo interno posto vicino all’ingresso, un betilo nuragico riutilizzato come acquasantiera. Sebbene restaurata alla fine del XX secolo, la chiesa ha conservato la sua struttura originaria.
Ingresso libero.