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XXV giornata in memoria dei Missionari Martiri

Chi ama non ha paura e quest'anno lo slogan della Giornata dei missionari martiri, promossa da Missio è “Non abbiate paura”.

Papa Francesco ci ricorda l’importanza e il senso del martirio nella vita della Chiesa e per l’evangelizzazione nel mondo. In questa intervista Stefano Lodigiani, coordinatore redazionale dell’Agenzia Fides, che da molti anni cura l’elenco annuale dei missionari uccisi, parla degli uomini e delle donne che hanno donato la vita al servizio dei fratelli. Ma soprattutto per amore del Padre.

«I martiri sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli, i media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati.

Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo! Questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione: noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo… Pensiamo a questi fratelli e sorelle che soffrono il martirio!».

Queste parole, pronunciate da papa Francesco durante la messa mattutina a Santa Marta in Vaticano il 30 gennaio scorso, ci introducono al tema “Non abbiate paura” scelto da Missio per celebrare il 24 marzo la 25esima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri.

Una lunga lista di uomini e donne che negli anni hanno scritto con il loro sangue pagine straordinarie del grande libro della missione. Oltre ai sacerdoti, alle religiose e ai laici di cui conosciamo il nome, ci sono anche tanti uomini e donne uccisi per il loro amore del Vangelo di cui non sappiamo e forse non sapremo mai nulla.

 

Come ricordarli in questa Giornata e pregare perché tanti oscuri sacrifici vivifichino comunque la vita della Chiesa? Ne parliamo con Stefano Lodigiani, coordinatore redazionale dell’Agenzia Fides, che da molti anni cura l’elenco annuale dei missionari uccisi, che spiega: «Spesso dimentichiamo che i cristiani nascono dal sangue di Cristo versato per la redenzione dell’uomo, dall’offerta del Figlio di Dio che per amore accetta di immolarsi.

Una sofferenza che non è fine a se stessa, ma che sfocia nella risurrezione, nella vita eterna. Quel sangue versato sul Golgota duemila anni fa continua a scorrere a tutte le latitudini: è un flusso alimentato da tanti fratelli e sorelle di cui forse nessuno conoscerà mai il nome su questa terra, che rendono attuale la Passione del Signore e contribuiscono con l’offerta silenziosa della loro vita a tenere viva la Chiesa e a farla crescere.

La nota espressione di Tertulliano, “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, riveste una straordinaria attualità: non siamo noi a poter definire i tempi e i luoghi dei frutti che altri raccoglieranno, ma siamo sicuri che il sacrificio di tanti uomini e di tante donne è un seme gettato nella terra di questo mondo.

Con una bella immagine poetica, san Giovanni Paolo II parlò della “nube di testimoni che ci circonda”: occorre essere consapevoli di questa realtà trascendente, che nella comunione dei santi ci fortifica, invocando il loro aiuto perché possiamo esprimere anche noi, con uguale coraggio, l’amore per Cristo e per la sua Chiesa».

 
Negli anni, la Giornata dei Martiri è diventata un appuntamento importante per la comunità ecclesiale. Ma in quali Paesi si celebra oggi questa ricorrenza?
 
«L’iniziativa di dedicare una Giornata al ricordo dei missionari uccisi, nata nel 1993 ad opera del Movimento Giovanile Missionario italiano, si è ormai estesa a diversi Paesi. Anche se la data varia a seconda del contesto e delle realtà locali, un’iniziativa analoga ci risulta si celebri in Venezuela, Colombia, Cile, Messico, Canada, Senegal, Camerun, Uganda, Corea del Sud…
 
Sono molte poi le singole diocesi e gli Istituti religiosi che dedicano un momento dell’anno a ricordare i propri vescovi, sacerdoti e religiosi uccisi e, con essi, tutti i missionari che hanno versato il loro sangue per il Vangelo. In diversi luoghi si ricordano durante le veglie di preghiera dell’Ottobre missionario i missionari uccisi. Molte direzioni nazionali delle Pontificie Opere Missionarie riportano nei loro sussidi di animazione l’elenco annuale stilato da Fides.
 
E anche dove non esiste una Giornata specifica, la testimonianza dei missionari martiri è comunque presente nelle attività di animazione missionaria durante tutto l’anno».
 
Oggi in molti contesti non si parla più di “missionari uccisi” ma di “operatori pastorali uccisi”. Cosa indica questo cambiamento?
 
«L’elenco annuale realizzato dall’Agenzia Fides dagli anni Ottanta si limitava inizialmente ai missionari ad gentes, uccisi in circostanze determinate dall’odium fidei e nei territori cosiddetti “di missione”, cioè sotto la giurisdizione della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Le poche informazioni disponibili non consentivano, il più delle volte, di andare al di là del nome e della data di morte, a volte incerta anche questa. Il progressivo diffondersi della coscienza che tutta la Chiesa è missionaria ha determinato, tra l’altro, la presenza nei territori cosiddetti missionari di Istituti religiosi non strettamente missionari, di numerosi laici e di organizzazioni di volontariato.
 
Anche il concetto stesso di “missione” è andato allargandosi, non più relegato solo a determinati contesti geografici, come ha indicato san Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio. Si è quindi optato per il termine “operatori pastorali”, che non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutti gli operatori pastorali morti in modo violento. Un sacerdote, un vescovo o un laico che viene ucciso nel suo stesso Paese per il suo servizio al Vangelo, non può non essere considerato “missionario”, anche se la donazione ad gentes mantiene intatta tutta la sua specificità.
 
Dal momento che l’elenco di Fides è solo uno strumento giornalistico, nel corso degli anni è stato anche deciso di non usare il termine “martiri”, se non nel suo significato etimologico di “testimoni”, proprio per non generare equivoci o entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro. Non sono comunque pochi gli operatori pastorali uccisi per i quali è stato poi intrapreso il cammino verso la canonizzazione».
 
In epoca di episodi terroristici e di fondamentalismi asserviti a strategie politiche, la locuzione odium fidei attribuita al martirio, spaventa. Cosa significa oggi donare la vita per amore del Vangelo?
 
«In una stagione di egoismi, di chiusure, di steccati che si alzano in mille modi pur di salvaguardare la nostra proprietà, può sembrare un’impresa ardua se non impossibile donare qualcosa di sé agli altri senza preclusioni o pregiudizi. Ancora più difficile è pensare alla donazione totale della propria vita amando lo sconosciuto, che può anche arrivare ad assumere il ruolo di nostro carnefice.
 
Nessuno degli operatori pastorali uccisi, che ricordiamo in modo particolare il 24 marzo, ha compiuto gesti eclatanti, ma ha vissuto con perseveranza l’impegno di testimoniare Cristo e il suo Vangelo nella semplicità della vita quotidiana. Qualcuno è stato ucciso dalle stesse persone che aiutava, altri hanno aperto la porta a chi chiedeva soccorso e sono stati aggrediti, altri ancora sono stati eliminati perché “davano fastidio” chiedendo il rispetto della dignità e dei diritti di tanti fratelli che non osavano alzare la voce per difendersi.
 
Non pensiamo comunque che fossero ingenui o imprudenti, erano ben consapevoli dei rischi che correvano e di quali conseguenze avrebbero potuto affrontare. Padre René Wayne Robert, ucciso negli Stati Uniti il 10 aprile 2016 da uno dei ragazzi con problemi psichici che assisteva, più di 20 anni prima aveva scritto nel suo testamento:
“Non condannate a morte il colpevole del mio omicidio”. Ma come Cristo ci ha amato senza riserve, dando la sua vita per noi e per tutti, così queste persone hanno speso la loro vita per l’altro nel suo nome». (Miela Fagiolo D'Attilia, su Popoli e Missione di marzo 2017)

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